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La lettera è scritta a mano, intestazione compresa. È datata 11 giugno 1889. Porta una firma che, confrontata con gli autografi del medesimo funzionario reperiti per il 1891 nell'Archivio Centrale dello Stato di Roma, non corrisponde. Il foglio è esposto dal 1932 in una pizzeria di Salita Sant'Anna di Palazzo, nei pressi del Palazzo Reale di Napoli, e da quasi un secolo è considerato il certificato di nascita di un piatto. Lo storico statunitense Zachary Nowak, che lavora fra Harvard University e Umbra Institute di Perugia, ha trascorso anni dell'ultimo decennio a esaminare quel foglio dentro e fuori, a confrontarlo con sigilli e firme conservati negli archivi della Real Casa, a leggere le testate napoletane del giugno 1889, a cercare l'eco di un evento che, se fosse avvenuto, sarebbe stato notiziabile. L'eco non c'è. Il foglio non regge l'autopsia. La storia che il foglio racconta è una tradizione inventata negli anni Trenta del Novecento, e questo capitolo ricostruisce, prova per prova, come si è arrivati a saperlo.
Il capitolo 7 ha chiuso fissando il quadro documentale della Napoli pizzaiola dell'Ottocento. Almeno sessantotto pizzerie nel censimento del 1807. Alexandre Dumas che nel 1843, riferendo del suo viaggio del 1835, descrive sei varianti di condimento già stabili, fra cui «aux tomates». Emanuele Rocco che nel 1858 cita «pomidoro», «muzzarella» e «foglia di basilico» nello stesso capitolo «Il pizzajuolo» del volume curato da Francesco De Bourcard. Trentun anni dopo, secondo una lettera che molte cose dichiarano sospetta, sarebbe stata «inventata» per una regina. Questo capitolo segue la lettera dentro l'archivio, smonta il pretesto archivistico in cinque prove convergenti, inserisce l'operazione nella cornice teorica della «tradizione inventata» elaborata da Eric Hobsbawm e Terence Ranger nel 1983 per Cambridge University Press, e mostra cosa resta della pizza una volta tolta la leggenda. Cosa resta è una pizza vera, documentata, popolare, napoletana. E un forno: a cupola, a legna, capace di temperature che il forno domestico non raggiunge.
La lettera Galli, una manoscritta a fondo pagina
Margherita di Savoia (Torino 1851, Bordighera 1926), figlia del duca Ferdinando di Savoia-Genova e di Elisabetta di Sassonia, sposa il cugino Umberto di Savoia il 21 aprile 1868, è regina d'Italia dal 9 gennaio 1878 al 29 luglio 1900. Donna colta, francofona di formazione, mecenate. Nei primi giorni di giugno 1889 si trova a Napoli, insieme al marito Umberto I, per una delle visite periodiche con cui i sovrani legittimano l'unità nazionale nel Mezzogiorno post-unitario. La residenza ufficiale è il Palazzo Reale di Capodimonte, costruito a partire dal 1738 per i Borbone e in uso ai Savoia come residenza extraurbana di rappresentanza. Il contesto della visita è quello di una Napoli ancora segnata dalle conseguenze dell'epidemia di colera del 1884, in cui erano morti circa 7.000 napoletani, e dall'avvio nel 1889 del Risanamento, programma di demolizioni e ricostruzioni del centro storico documentato dallo storico statunitense Frank Snowden in Naples in the Time of Cholera, 1884-1911 (Cambridge University Press, 1995) [].
In questo quadro istituzionale, racconta la narrazione canonica novecentesca, il pizzaiolo Raffaele Esposito sarebbe stato convocato a Capodimonte per preparare tre tipi di pizza per la regina. Margherita di Savoia avrebbe gradito particolarmente la versione con pomodoro, mozzarella e basilico, e quella pizza avrebbe da quel momento portato il suo nome. A testimonianza dell'episodio resterebbe una lettera autografa, firmata Camillo Galli, Capo dei Servizi di Tavola della Real Casa, indirizzata al pizzaiolo per ringraziarlo del lavoro svolto. Il documento è esposto dal 1932 nella pizzeria di Salita Sant'Anna di Palazzo 1-2, ribattezzata Pizzeria Brandi in quello stesso anno. Una riproduzione fotografica della lettera è pubblicata da Zachary Nowak come Fig. 2 dell'articolo del 2014 su Food, Culture & Society (p. 108), accompagnata dall'analisi materiale del foglio.
Il testo della lettera, riprodotto da Nowak come Fig. 2 nell'articolo del 2014 e presentato qui come documento contestato oggetto della decostruzione, recita nella trascrizione coerente con l'immagine pubblicata []:
«Pregiatissimo Signor Raffaele Esposito Brandi, Le confermo che le tre qualità di pizze da Lei confezionate per Sua Maestà sono state trovate buonissime. Mi creda di Lei devotissimo, Galli Camillo, Capo dei Servizi da Tavola della Real Casa.»
Il foglio è breve, asciutto, generico. Non specifica il giorno della preparazione, non menziona Capodimonte, non descrive le tre tipologie di pizza, non spiega come e dove sia avvenuta la confezione. Una lettera autografa di ringraziamento del Capo dei Servizi di Tavola della Real Casa a un pizzaiolo, su carta non intestata, scritta interamente a mano, con timbro a fondo pagina, firmata da una mano che non corrisponde a quella autografa del funzionario nominato, indirizzata a un destinatario il cui cognome anagrafico è in realtà il cognome della moglie e diventerà insegna solo nel 1932: tutto questo è il singolo documento su cui si regge la narrazione standard dell'invenzione della pizza Margherita. Tutto il resto è eco senza fonte.
Nowak nell'Archivio di Stato di Napoli
Lo storico Zachary Nowak (b. 1979 circa, dati non pubblicati) si è formato fra Stati Uniti e Italia, è ricercatore associato di Harvard University e lecturer di Food Studies presso l'Umbra Institute di Perugia. Specialista di storia dell'alimentazione italiana, ha lavorato sulla decostruzione del mito Margherita in due luoghi convergenti: l'articolo del 2014 sulla rivista peer-reviewed Food, Culture & Society (volume 17, numero 1, pagine 103-124, DOI 10.2752/175174414X13828682779249) e il capitolo introduttivo aggiunto in apertura alla sua edizione e traduzione inglese di Inventing the Pizzeria di Antonio Mattozzi storico, pubblicato da Bloomsbury Academic a Londra nel 2015 [][]. La sovrapposizione fra i due testi è programmatica: l'articolo formula la decostruzione, il volume Bloomsbury la cristallizza all'interno di una storia documentata della pizzeria napoletana ottocentesca, basata sui registri d'archivio scavati da Antonio Mattozzi storico in venticinque anni di lavoro.
La distinzione fra Antonio Mattozzi storico e la dinastia Mattozzi pizzaioli è preliminare per la lettura del capitolo, e va richiamata anche qui. Antonio Mattozzi storico è il ricercatore che ha condotto la ricerca archivistica sulle pizzerie napoletane fra Sette e Ottocento, autore di Una storia napoletana (Slow Food Editore, Bra, 2009) e della versione ampliata Inventing the Pizzeria (Bloomsbury 2015, edizione di Nowak). La dinastia Mattozzi pizzaioli, attiva a Napoli dal 1799 con Salvatore Mattozzi e formalizzata come Pizzeria Mattozzi nel 1852 con Luigi Mattozzi, è una delle dinastie centenarie di pizzaioli napoletani. Non vanno confusi.
Il metodo archivistico di Nowak è quello standard della verifica documentale incrociata su più fondi. Il primo controllo è all'Archivio di Stato di Napoli, fondo Casa Reale, dove è conservato il Protocollo dell'amministrazione della Real Casa in Napoli per l'anno 1889, registro corrente delle pratiche amministrative della Real Casa svolte nella sede napoletana. Nowak verifica gli atti registrati alla data del 11 giugno 1889: ventiquattro atti complessivi, nessuno dei quali riguarda Raffaele Esposito, la pizzeria di Salita Sant'Anna di Palazzo, una pizza, o un pasto offerto in città bassa (Nowak 2014, p. 109, nota 18). Una lettera ufficiale firmata dal Capo dei Servizi di Tavola della Real Casa, spedita da Napoli quel giorno, sarebbe stata protocollata in coerenza con la prassi amministrativa della Casa Reale: il protocollo è il registro corrente delle pratiche, non un archivio selettivo. L'assenza non è assenza di evidenza neutra, è prova documentale: il documento contestato non ha lasciato traccia nel registro che avrebbe dovuto contenerlo.
Il secondo controllo è all'Archivio Centrale dello Stato di Roma, fondo Casa Reale, Divisione Governo Interno, anno 1889, Busta 94, Fascicolo 4522. Qui Nowak reperisce documenti autografi firmati dal funzionario Camillo Galli per l'anno 1891. I documenti del 1891 sono coerenti con la prassi amministrativa attesa: carta intestata prestampata, timbri in testata, intestazione tipografica, corpo manoscritto, firma autografa identificabile. Sulla base di queste firme autentiche, Nowak esegue il confronto paleografico con la firma sulla lettera del giugno 1889 e qualifica il risultato come incompatibilità sistematica (Nowak 2014, pp. 110-111 e Fig. 3). Camillo Galli, funzionario della Real Casa con autografi documentati per il 1891, esisteva storicamente. La firma sulla lettera oggetto della decostruzione non corrisponde alla sua mano.
Il terzo controllo è sulla provenance del documento, intesa nel senso archivistico di catena di custodia ricostruibile a ritroso. La provenance della lettera Galli si interrompe nel 1932, anno in cui il documento appare esposto nella pizzeria appena ribattezzata Brandi. Non esistono citazioni del foglio, della lettera o dell'episodio in pubblicazioni di gastronomia napoletana del periodo 1889-1932, né in materiali della pizzeria stessa precedenti al cambio di insegna. Una catena di custodia che si interrompe nel 1932 senza tracce ascendenti, su un documento di pretesa origine 1889, è anomalia di trasmissione: l'oggetto materiale non risulta circolato per i quarantatre anni che separano la presunta produzione dalla prima esposizione pubblica.
Sigillo non conforme, firma non corrispondente
Le anomalie materiali della lettera Galli non sono tutte equipollenti dal punto di vista probatorio. Conviene esplicitarne la gerarchia interna, in coerenza con la presentazione di Nowak 2014 e con la prassi della sigillografia e della paleografia accademica. La sigillografia è la disciplina storica ausiliaria che studia i sigilli nei loro aspetti di forma, tipologia, datazione, autenticità. I sigilli ufficiali della Casa Reale Savoia nel periodo 1870-1890 presentano stemma sabaudo con croce d'argento in campo rosso, supporti araldici (due leoni reggi-scudo), corona reale e cartiglio con motto FERT. La sequenza tipologica è ricostruita da Nowak nella Fig. 4 dell'articolo del 2014 (p. 113), con frattura iconografica registrata fra ante-1890 e post-1890. Il sigillo del documento contestato si colloca nella tipologia successiva alla cesura, in incongruenza rispetto alla datazione 11 giugno 1889 dichiarata sul foglio.
Il confronto paleografico sulla firma è il dato probatoriamente più stringente. La firma «Camillo Galli» sulla lettera 1889 è stata confrontata da Nowak con tre firme dello stesso funzionario per l'anno 1891, conservate nella Busta 94, Fascicolo 4522 dell'Archivio Centrale dello Stato. Le differenze rilevate riguardano tre elementi paleografici specifici. L'inclinazione del tratto, che nelle firme autentiche del 1891 è destrorsa con angolazione di circa 12-15° rispetto al rigo, mentre nella firma contestata è prossima alla verticalità. L'apertura della G maiuscola, che negli autografi del 1891 presenta occhiello tondo chiuso con riccio terminale interno, mentre nella lettera contestata mostra occhiello ovale aperto. La legatura lli finale, che negli autografi del 1891 corre filata con asole basse, mentre nella firma del documento contestato si presenta in tratti slegati con asole alte. La somma delle tre divergenze sistematiche autorizza la qualificazione di Nowak come «incompatibile», non «dubbia» (Nowak 2014, pp. 110-111).
L'anomalia gestionale della carta è il dato di contesto. La corrispondenza autentica della Real Casa italiana di fine Ottocento, ricostruibile da migliaia di documenti conservati all'Archivio Centrale di Stato e all'Archivio di Stato di Torino, presenta caratteri formali costanti: carta intestata prestampata su supporto specifico della Real Casa, testata tipografica con stemma e dicitura, timbri ufficiali a inchiostro nel quadrante superiore destro o sinistro, sigillo di chiusura in ceralacca o impronta secca, firma autografa del funzionario nel quadrante inferiore destro. Una lettera con intestazione manoscritta, timbro a tampone a fondo pagina e fuori asse, sigillo riprodotto a bassorilievo non conforme alla foggia coeva, firma incompatibile con gli autografi autentici del medesimo funzionario, e destinatario denominato con un cognome che la pizzeria non aveva ancora adottato: in sigillografia e paleografia accademica un cumulo di anomalie di questa portata si definisce composito di non autenticità. L'argomento di Nowak non è la confutazione di una singola anomalia ma la convergenza di cinque indici concorrenti.
| Prova | Fonte | Implicazione |
|---|---|---|
| Anomalie materiali della lettera Galli (intestazione manoscritta, timbro a fondo pagina, sigillo non conforme, firma incompatibile, intestatario Brandi anacronistico) | Nowak 2014, pp. 108-111, Figg. 2-4 | Documento non autentico, datazione plausibile primi anni Trenta |
| Silenzio della stampa coeva (Il Pungolo, Il Roma, Il Corriere di Napoli, dispacci Agenzia Stefani) | Nowak 2014, p. 112; consultazione presso Biblioteca Nazionale di Napoli, Emeroteca Tucci | Nessuna registrazione dell'episodio nel giugno-luglio 1889 |
| Menu della corte sabauda in francese fino al 1908 | Pettini A. (1935), Cento ricette del cuoco del Re, Gazzetta del Popolo, Torino, p. 5 | Inconciliabile con il battesimo regale di un piatto italiano nel 1889 |
| Prima attestazione a stampa del racconto negli anni Trenta | Nowak 2014, p. 116, nota 41; Parise M. (1941), Finestra su Napoli, Casella, Napoli | Tradizione orale ricostruita a posteriori, contemporanea alla rinominazione Brandi 1932 |
| Combinazione pomodoro, mozzarella, basilico già documentata nel 1858 | De Bourcard F. (cur.) (1858), Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, vol. II, cap. «Il pizzajuolo» di E. Rocco | Nessuna invenzione possibile di una prassi già documentata trentun anni prima |
Silenzio della stampa coeva, Il Pungolo e Il Roma
Il giugno 1889 a Napoli ha quattro testate quotidiane attive con cronaca cittadina sistematica, conservate in raccolta integrale presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, Emeroteca Tucci. Il Pungolo, quotidiano della borghesia liberale, fondato nel 1860, attivo fino al 1922. Il Roma, grande quotidiano cittadino di tradizione monarchica, fondato nel 1862, pubblicazione continuativa. Il Corriere di Napoli, quotidiano d'informazione fondato nel 1888 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, in attività fino al 1892 quando confluirà nella nuova testata Il Mattino. La rete è ampia, copre orientamenti politici diversi, ha cronaca puntuale degli eventi cittadini. Per i giorni 6-12 giugno 1889 le testate seguono minuziosamente la visita reale: parate, ricevimenti, visite agli ospedali e agli istituti, spostamenti fra Capodimonte e il Palazzo Reale, partenze in treno. Nessuna delle testate menziona, nelle edizioni del giugno 1889 e in quelle di luglio del medesimo anno, alcuna pizza per la regina, alcun pizzaiolo convocato, alcuna visita reale a una pizzeria popolare [].
L'argomento del silenzio della stampa coeva non è argomento dal silenzio neutro. Una visita di Margherita di Savoia a una pizzeria popolare di vicolo, in una Napoli ancora dilaniata dalle conseguenze del colera 1884 e impegnata nelle prime demolizioni del Risanamento, sarebbe stata fatto notiziabile. Il regno si era costruito da pochi decenni (Unità 1861, Roma 1870) e i sovrani sabaudi calibravano le visite meridionali come strumento di costruzione del consenso. La gestione mediatica delle apparizioni reali era curata dall'Agenzia Stefani, agenzia di stampa ufficiosa del Regno fondata a Torino nel 1853 e trasferita a Roma dopo il 1870, i cui dispacci sulle attività della famiglia reale venivano ripresi sistematicamente dalle testate locali. Nowak verifica anche questo canale: i dispacci Stefani di maggio-giugno 1889 non riportano episodi gastronomici riferibili a una pizzeria napoletana (Nowak 2014, p. 112). Il sistema della comunicazione istituzionale del Regno avrebbe veicolato un episodio del genere, se fosse avvenuto. Il sistema funzionava. Non lo ha veicolato.
A questo si aggiunge una terza prova convergente, di natura culturale prima che archivistica: la lingua dei menu di corte. Amadeo Pettini, cuoco di corte sabaudo, nel volume Cento ricette del cuoco del Re pubblicato a Torino dalla Gazzetta del Popolo nel 1935 (p. 5), attesta che i menu della corte sabauda restarono in francese fino al 1908 []. La testimonianza è di prima mano: Pettini aveva lavorato direttamente nelle cucine di corte sotto Umberto I e Vittorio Emanuele III, e la sua dichiarazione è documentata in un'opera a stampa firmata. La corte sabauda di fine Ottocento era culturalmente francofona. Lingua di servizio, lingua di cucina, lingua di menu erano il francese, in coerenza con il modello di rappresentanza monarchica europea del periodo. I menu erano organizzati per portate francesi (potages, entrées, relevés, rôtis, entremets), descritti in francese, calligrafati in francese.
L'insieme delle tre prove (anomalie materiali della lettera, silenzio della stampa coeva, lingua francese dei menu di corte fino al 1908) configura un quadro convergente che la storiografia accademica ha accolto come consenso disciplinare. John Dickie, nel capitolo 8 di Delizia! The Epic History of the Italians and Their Food (Free Press, New York, 2007; ed. it. Delizia! Storia epica della cucina italiana, Laterza, Roma-Bari, 2007), tratta la decostruzione di Nowak come acquisita []. Carol Helstosky, in Pizza: A Global History (Reaktion Books, Londra, 2008), la riprende []. Alberto Capatti e Massimo Montanari, in Italian Cuisine: A Cultural History (Columbia University Press, New York, 2003), inquadrano l'episodio Esposito-Margherita nell'ampia famiglia delle costruzioni identitarie tardo-ottocentesche e novecentesche della gastronomia nazionale italiana []. Antonio Mattozzi storico la formalizza nel capitolo introduttivo di Inventing the Pizzeria (Bloomsbury 2015), curato dallo stesso Nowak []. Quattro autori, quattro university press, una conclusione condivisa: la storia del giugno 1889 non si regge.
Una tradizione inventata negli anni Trenta
La prima attestazione a stampa del racconto Esposito-Margherita compare nella stampa italiana negli anni Trenta del Novecento. La datazione è precisa quanto la documentazione consente. L'articolo che la storia tradizionale considera inaugurale è attribuito a Michele Parise, presunta uscita su Il Mezzogiorno del 1° novembre 1929. Nowak verifica gli archivi del giornale e l'articolo non risulta reperibile (Nowak 2014, p. 116, nota 41). Il racconto ricompare in forma narrativa, organica e priva di apparato documentario, nel volume dello stesso Michele Parise Finestra su Napoli, pubblicato a Napoli dall'editore Casella nel 1941. Da qui la storia entra in successive pubblicazioni di gastronomia regionale, in manualistica internazionale, in materiali divulgativi della pizzeria e dei consorzi della pizza napoletana. L'articolo del 1929 non documentato e il volume del 1941 sono i due punti di emergenza pubblica del racconto. Prima dei tardi anni Venti, la narrazione non esiste in stampa.
La coincidenza cronologica con la rinominazione della pizzeria è puntuale. Raffaele Esposito muore. I nipoti della moglie Maria Giovanna, dal cognome Brandi, entrano nella gestione della pizzeria nel 1932. Da quel momento l'insegna sostituisce ufficialmente la vecchia ragione sociale, e la pizzeria diventa Pizzeria Brandi. È in quegli anni che la lettera contestata appare esposta nel locale. Nowak qualifica l'operazione, nei termini cauti della storiografia accademica, come operazione di marketing familiare contestualmente alla rinominazione dell'insegna: la nuova gestione costruisce un'identità commerciale, la lettera nobilita la nuova insegna, e la storia regale ne è il cardine narrativo (Nowak 2014, pp. 115-117).
La cornice politica del periodo è quella della politica gastronomica del regime fascista. La «battaglia del grano», lanciata da Mussolini il 14 giugno 1925 con il discorso al Senato, mira all'autosufficienza nazionale di cereali. Negli anni successivi la politica si estende oltre il piano agricolo: l'identità nazionale italiana viene costruita anche attraverso una nazionalizzazione gastronomica che valorizza alimenti popolari come elementi identitari di patria. La pizza, fino agli anni Venti percepita come cibo dei vicoli del Sud (i viaggiatori stranieri colti dell'Ottocento, da Hippolyte Taine a Charles Dickens, l'avevano descritta in termini di marginalità sociale; Matilde Serao in Il ventre di Napoli del 1884 la chiamava «pane povero giallastro», secondo la lettura proposta nel capitolo 7), viene rifunzionalizzata negli anni Trenta come simbolo gastronomico nazionale. La narrazione tricolore, secondo cui i tre ingredienti pomodoro-mozzarella-basilico sarebbero stati scelti da Raffaele Esposito nel 1889 per richiamare i colori della bandiera italiana (rosso, bianco, verde), prende forma come glossa pubblica in questo contesto.
A complemento della categoria di Hobsbawm, Nowak introduce una distinzione storicamente più antica e più specificamente folkloristica, ripresa dal lavoro di Richard M. Dorson (Harvard University Press, 1976). Dorson, nel volume Folklore and Fakelore: Essays Toward a Discipline of Folk Studies, separa il folklore dal fakelore []. Il folklore è pratica popolare effettivamente trasmessa per via informale, documentabile etnograficamente, con tradizione orale tracciabile, varianti geografiche e generazionali, depositi materiali coerenti con la trasmissione. Il fakelore è materiale costruito o riscritto a fini commerciali o ideologici e poi spacciato per folklore antico: pratica recente che si auto-presenta come pratica antica, in genere senza il supporto delle tracce etnografiche tipiche del folklore autentico. La distinzione è cruciale: una tradizione inventata nel senso di Hobsbawm e Ranger può essere fakelore nel senso di Dorson, ma le due categorie non coincidono completamente. Nowak applica esplicitamente la categoria fakelore al caso pizza Margherita: il racconto non è folklore popolare napoletano trasmesso oralmente fra Ottocento e Novecento, ma fakelore costruito a stampa negli anni Trenta a partire da un documento contestato (Nowak 2014, p. 105).
La distinzione fra le due categorie ha implicazioni pratiche. La pizza napoletana come pratica popolare è folklore autentico: ha tradizione orale documentata fra Sette e Ottocento, ha varianti tipologiche stratificate (con olio e aglio, con strutto e formaggio, con pomodoro, con mozzarella, con pesce minuto, ripiegata in calzone), ha lessico professionale specifico (pizzajuolo, crisciuolo, muzzarella, a otto), è documentata da fonti contemporanee (Dumas 1843, Rocco 1858, Mattozzi storico sugli archivi). La storia della «invenzione» della pizza Margherita per la regina d'Italia nel 1889 è invece fakelore: pratica narrativa di formazione novecentesca che si auto-presenta come tradizione popolare antica, costruita a partire da un documento la cui autenticità non regge la verifica archivistica, e che attribuisce a un singolo gesto inaugurale ciò che la documentazione descrive come prassi distribuita su una città intera già da decenni. La distinzione è la chiave di lettura del fenomeno.
Cosa resta dopo la leggenda
Lo stato della reputazione storica di Raffaele Esposito merita di essere chiarito perché la decostruzione non sia letta come negazione di un personaggio. Raffaele Esposito esisteva come pizzaiolo nella seconda metà dell'Ottocento. Era proprietario, insieme alla moglie Maria Giovanna Brandi, della pizzeria di Salita Sant'Anna di Palazzo. La sua esistenza storica come pizzaiolo professionista non è oggetto di dubbio. Quello che la decostruzione di Nowak smonta è l'attribuzione a Esposito della «invenzione» della pizza Margherita per Margherita di Savoia: un episodio mitografico costruito negli anni Trenta del Novecento, non un fatto documentato del giugno 1889. Il pizzaiolo storico c'è, l'episodio regale no. La distinzione è essenziale, e Nowak la formula con chiarezza (Nowak 2014, p. 119): «Esposito's existence as a Naples pizza maker in the late nineteenth century is not in question; what is in question is the late-1920s and 1930s construction of his alleged role as the inventor of pizza Margherita for the Italian queen».
Quello che resta, dopo aver tolto la cornice mitografica, è il quadro documentale ottocentesco già esposto nel capitolo 7 e qui da riprendere in chiusura. La combinazione pomodoro-mozzarella-basilico era prassi corrente della pizza napoletana di metà Ottocento, descritta a stampa nel 1858 da Emanuele Rocco nel volume curato da Francesco De Bourcard Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, vol. II, capitolo «Il pizzajuolo» (Stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, Napoli, 1858; riedizione anastatica Forni, Bologna, 1970). Il passo verbatim, mantenendo le grafie ottocentesche del testo originale, recita []:
«Le pizze più ordinarie, dette coll'aglio e l'oglio, han per condimento l'olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l'origano e spicchi d'aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle, ec. Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone.»
La compresenza nello stesso capitolo del 1858 di pomodoro («pomidoro»), mozzarella («muzzarella», nelle pizze del secondo tipo) e basilico è documentale e definitiva. La cosiddetta «Margherita» pre-fascista non era da inventare nel 1889: era già pratica documentata trentun anni prima, in una pagina edita a stampa in un volume di etnografia urbana napoletana ampiamente diffuso. La narrazione tricolore (rosso pomodoro, bianco mozzarella, verde basilico) come metafora gastronomica della bandiera italiana è aggiunta retorica del Novecento, non osservazione registrata nel 1889. Quindici anni prima di Rocco, nel 1843, Alexandre Dumas aveva già descritto in Le Corricolo la pizza «aux tomates» come una delle sei varianti correnti del mercato napoletano []. Il quadro documentale è stratificato, ottocentesco, popolare: la combinazione esiste come prassi distribuita, non come gesto inaugurale.
| Anno | Evento | Implicazione |
|---|---|---|
| 1843 | Dumas, Le Corricolo, descrive sei varianti di pizza fra cui «aux tomates» | Pomodoro già fra i condimenti correnti |
| 1858 | Rocco / De Bourcard, «Il pizzajuolo», cita pomidoro, muzzarella, basilico nello stesso capitolo | Combinazione già documentata trentun anni prima del presunto 1889 |
| 1878 | Margherita di Savoia diventa regina d'Italia | Quadro istituzionale della «leggenda» |
| 11 giugno 1889 | Data dichiarata dalla lettera Galli; visita reale a Napoli registrata dalla cronaca | Nessun episodio Esposito-Margherita nella stampa coeva |
| 1889 | Avvio del Risanamento dopo il colera del 1884; circa 60 pizzerie a Napoli | Quadro urbano della Napoli pizzaiola post-Risanamento |
| 1925 | Mussolini lancia la «battaglia del grano» | Inizio della politica gastronomica nazionale italiana |
| 1929 | Articolo attribuito a Parise su Il Mezzogiorno, non reperito da Nowak | Prima presunta attestazione del racconto, non documentata |
| 1932 | I nipoti Brandi entrano nella gestione, pizzeria ribattezzata Pizzeria Brandi | Datazione plausibile della confezione del falso |
| 1941 | Parise, Finestra su Napoli, ripubblica il racconto in forma narrativa | Prima attestazione a stampa documentata del racconto |
| 1983 | Hobsbawm e Ranger, The Invention of Tradition | Categoria teorica per leggere il fenomeno |
| 2014 | Nowak, Folklore, Fakelore, History, Food, Culture & Society | Decostruzione documentale sistematica |
| 2015 | Mattozzi storico, Inventing the Pizzeria, ed. Nowak, Bloomsbury Academic | Quadro generale della storia della pizzeria napoletana |
Lo stato della ricezione del consenso accademico è in tensione strutturale con la persistenza della narrazione popolare e turistica. Sul piano scientifico la decostruzione di Nowak è considerata consenso disciplinare: quattro autori di altrettante university press di rango (Cambridge, Columbia, Bloomsbury, Reaktion) la riprendono come acquisita. Sul piano della comunicazione pubblica la leggenda continua a circolare. La pizzeria oggi nota come Pizzeria Brandi continua a esporre la lettera nel locale come reperto fondativo della propria identità. Materiali divulgativi di consorzi della pizza napoletana, guide turistiche, cataloghi di gastronomia regionale, repertori di trivia gastronomica, riprendono in forme più o meno cautelative la narrazione 1889. La discrepanza fra consenso accademico e narrativa pubblica è essa stessa parte costitutiva del fenomeno «tradizione inventata»: una volta consolidata, una tradizione inventata resiste alla decostruzione documentale, perché la sua funzione non è informativa ma identitaria. Hobsbawm lo aveva osservato già nel 1983: l'efficacia simbolica di una tradizione inventata non dipende dalla sua verità storica, ma dalla sua capacità di organizzare valori condivisi attraverso la ripetizione rituale. La storia continua a essere raccontata perché ha qualcosa da fare, non perché sia successa.
La storia della pizza napoletana che ha qualcosa da fare, alla fine, non ha bisogno della regina. Ha bisogno del quadro documentale ricostruito dal lavoro d'archivio di Antonio Mattozzi storico e sistematizzato da Zachary Nowak in Inventing the Pizzeria. Sessantotto pizzerie a Napoli nel censimento del 1807, ricostruite voce per voce nella Tabella 2.1 del volume Bloomsbury (pp. 16-17). Sei varianti di condimento già stabili nel 1835 nello sguardo di Dumas, fra cui il pomodoro. Pomodoro, mozzarella e basilico nello stesso capitolo di Rocco del 1858. Una dinastia Mattozzi pizzaioli attiva dal 1799 al Novecento per oltre venti pizzaioli successivi. Una rete di altre pizzerie e dinastie (Port'Alba, Da Michele, la sede di Salita Sant'Anna di Palazzo dal 1780) che fra Settecento e Ottocento abitano lo stesso ecosistema commerciale. Una città di 440.000 abitanti, fra le prime cinque d'Europa per popolazione, capitale di un regno meridionale di sei milioni di abitanti. Una pizzaiola di vicolo, popolare, di mercato, codificata in tipologie operative, descritta a stampa in tre fonti primarie verbatim (Dumas 1843, Rocco 1858, archivi Mattozzi storico). Tutto questo era già lì, decenni prima della pretesa data di nascita. La pizza Margherita esiste; il giorno della sua presunta invenzione, no.
Decostruita la leggenda regale, resta la pizza vera, quella documentata dalle pizzerie napoletane di fine Ottocento. Resta un forno: a cupola, alimentato a legna, capace di 430 °C in zona pietra.
Domande frequenti
La pizza Margherita è davvero stata inventata per la regina nel 1889?
Chi era Raffaele Esposito?
Perché si dice che la lettera Galli è falsa?
La combinazione pomodoro-mozzarella-basilico esisteva prima del 1889?
Quando è stato inventato il mito della pizza Margherita?
- Nowak, Z. (2014). Folklore, Fakelore, History: Invented Tradition and the Origins of the Pizza Margherita. *Food, Culture & Society* 17(1), 103-124. DOI: 10.2752/175174414X13828682779249.
- Mattozzi, A. (2015). *Inventing the Pizzeria: A History of Pizza Making in Naples*. Ed. e trad. Z. Nowak. Bloomsbury Academic, London.
- Hobsbawm, E., Ranger, T. (eds.) (1983). *The Invention of Tradition*. Cambridge University Press, Cambridge.
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